mercoledì 26 giugno 2013

Chissenefotte


Questa notte ho avuto una visione, con relativa e immancabile divina rivelazione. Ve la riassumo per non farvi stare troppo sulle spine, tanto, non sto scrivendo un giallo: meglio essere poveri in una nazione di ricchi che in una nazione di poveri.
“Poffarbacco!”, direte: “Di La Palisse ce n’è bastato uno e avanza pure”. Ma, invero, vi invito alla pazienza,  aspettate un poco che ,tosto, arrivo al dunque.  Quel povero fortunato  o quel fortunato povero, scegliete voi come meglio vi aggrada, ero io.
Comunque non abbiate cruccio, è ancora un sogno, forse per poco, ma è ancora solo un sogno. Ma questo sogno mi ha spinto a fare alcune riflessioni di filosofica portata. Ho un caro amico di origine napoletana che conosce una formula magica tramandata di generazione in generazione che suona più o meno così: “Chissenéfotte”, detto pomposo, a voce alta, scandendo bene i suoni. Bene, mettete questa formula da parte, ma non dimenticatela, che poi, ci servirà.
Nella mia vita, da quando mi sono diplomato ho lavorato, e, credetemi, ho lavorato sodo. Ho fatto, in via retrospettiva, dei conti abbastanza attendibili,  avrò versato con la mia piccola azienda (ventiquattro anni di onorata attività, in tre persone) più di due milioni di euro in tasse, e vi assicuro, erano soldi buoni, valore aggiunto per la mia piccola Italia, venuti in buona parte da nazioni estere. I miei software girano ancora in Russia, America, India, Repubblica Ceca, Marocco, Bulgaria, Austria e Francia. Allora, penserete: tu sei ricco o quanto meno lo sei stato. No, nella mia carriera non ho mai superato i duemila euro di stipendio, roba che un parlamentare ne brucia più del doppio solo come rimborsi forfettari.
Ma in somma, veniamo dunque al sogno. Ero un vecchietto con la barba un po’ più bianca di quella che oggi indosso e con un braccio perennemente addormentato, (provate a usare il mouse per più di quarant’anni per più di dieci ore al giorno e poi me lo racconterete). Senza pensione, ovvio, se Monti lavora fino a ottanta anni, lo può fare chiunque, persino una puttana.
Ma non vivevo male, la mia parola preferita era proprio “Chissenefotte”. Per le  scarpe prendevo quelle che buttava mia cognata cosi pure per i cappotti ed i vestiti, con un bel “Chissenefotte” in coda. Le figlie erano ormai grosse e potevano campar da sole, allora chissenefotte pure. Per il mangiare, son stato sempre di gusti un po’ spartani, quella cinquina d’euro che servono ad un vecchietto per campare me li facevo d’elemosina giù al supermercato a fianco di Hamed, l’amico mio negretto, e... chissenefotte ancora. Per il telefono il chissenefotte è d’obbligo, per la televisione è uguale, i libri nuovi li prendevo a mia sorella che ne regala a iosa perché non ha più spazio. Per abitare, abitavo nella mia cantina super lusso, più che per Diogene, la botte; in attesa delle promesse case popolari. La mia l’avevo regalata alle figliole prima che lo stato se la prendesse (per farci cosa, poi). Per il riscaldamento e per la luce, le cose più importanti?  Semplice: rubavo. Me l’ha insegnato un vecchio conoscente del quale non posso fare certo il nome, lui la faceva sempre franca. E l’acqua? Mbe, quella quasi non ce l’abbiamo nemmeno adesso...
Voi mi direte, ma tu così sei un ladro, sì, ma un ladro gentiluomo, rubo ai ricchi per dare ai poveri, cioè a me, e me ne vanto pure, almeno qualcosa indietro di quello che mi è stato tolto lo riprendo, e poi... chissenefotte. Devo, per forza, aggiungere una cosa: quando io lavoravo all’università: (tecnico di ruolo, mica scherzo) e preparavo per i professori di attuariale le tabelle che loro si vendevano alle compagnie assicuratrici, allora sì che mi sentivo complice e ladro, ed è per questo che sono stato una meteora per lo stato, anch’esso ladro, tanto che nemmeno i contributi mi avevano pagato.
Per l’irrinunciabile lusso che pomposamente chiamano  “l’abbattimento del digital divide” chiedevo in elemosina qualche gigabyte al mio vicino generoso. e... chissenefotte ancora.
Per mia fortuna, le cose che si comprano sono finite, restano quelle che servono davvero e che non hanno prezzo. La salute non si compra, no, neppure l’amore. E come dice una altro amico mio (ce n’ho davvero troppi): “nella mia vita ho amato tanto e sono stato tanto amato”, continuerò su questa strada, con la mia donna accanto, se ne avrà la forza e il coraggio, finché il mio cuore, vecchio, scoppierà.
E per il resto? Chissenefotte, altro che mastercard.

I più accorti diranno: “Ma hai cambiato il tempo della narrazione?” Sì, ma chissenefotte. quello che adesso ho detto vale pel sogno, per ora e vale pure per domani, se c’arrivo.