venerdì 26 aprile 2013

Seven deaths: rifllessioni


Vi offro questo piccolo racconto tratto da Seven deaths... non molti ne hanno afferrato appieno il senso, presi dalla prosa e dal soggetto inusuali. Ma esso rappresenta in realtà la metafora sintesi del libro.
In questa società in qualche modo pan-americana, dove l'immagine positivista del bello, ricco, famoso e generoso eroe che alla fine vince sempre e comunque, una società che macina gli animi più sensibili e le persone cosiddette “più deboli”, l'affrancatura tragica ma ideale e perfetta dell'individuo schiavo di questi stereotipi forzati coincide con l'ultimo atto di libertà di Cavallo Pazzo: la morte. Morte intrinsecamente nobile, che, in questo, caso assurge simbolicamente a sintesi di libertà suprema. E la profezia pronunciata dal capo indiano sintetizza appieno, ovviamente a mio giudizio, la lenta agonia di questa società moderna che non riconosce più la pietà e la solidarietà verso i più deboli come valori assoluti
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Oggi è un buon giorno per morire!

Sono finiti i tempi del cerbiatto e del bisonte. E’ finito anche il tempo dell’onore. La Nazione muore, ed io con lei. Le mie verdi praterie non vedrò più, il cielo terso e le grandi montagne all’orizzonte, dove sono? L’acqua fresca del fiume che scorre sulla pelle mai più io sentirò. Il galoppo dei cavalli, il muggire del bisonte, l’odore del sangue bevuto dal suo collo, il profumo e il caldo della donna nella tenda, l’odore delle pelli stese al sole spariranno per sempre dietro quelle mura.
Grande Spirito dove sei? Sei morto anche tu con gli ultimi bisonti? Ascolta il dolore del tuo Popolo.
Io, Cavallo pazzo condottiero dei Sioux Oglala, sono qui incatenato su di un carro, cammino scortato da quattro giacche azzurre verso la prigione. Guardato con disprezzo e con paura. Hanno paura i bianchi, hanno paura persino di guardarmi gli occhi, anche adesso che sono incatenato. Ma che nemico è? Sussultano spaventati a ogni mia mossa.
Mi sembra ancora ieri, quando sulle Colline Nere, sulle sponde del Little bigHorn, cavalcavo alla testa dei guerrieri. Quel giorno il Grande Spirito era con noi. Capelli Gialli perse il senno e venne a sfidarci sino al villaggio e a morire.
Il sudore dei cavalli, le grida di morte, finalmente li circondammo. Gli stolti si erano divisi, e con un grande assalto, fui io che strappai il cuore all’ultimo soldato. Le urla di vittoria riecheggiarono a lungo in tutta la valle, sino al villaggio. Tutti gli scalpi furono stesi a essiccare. I nostri vecchi a lungo celebreranno cantando la vittoria. Tutti li uccidemmo, non si arresero, anche il guerriero bianco quando vuole, sa morire con onore, o forse è solo la morte che ci rende onore e ci fa diventare tutti uguali.
Ma il tempo passa in fretta, e l’uomo bianco dalle locuste ha preso anche il numero e se ne uccidi cento, ritorneranno in mille. Ci hanno inseguito sempre, per un intero anno. Ho visto morire di stenti le nostre donne i vecchi e i bambini.
Che triste questo giorno, seduto su di un carro, incatenato come una bestia. L’uomo bianco la chiama civiltà, ma non conosce onore. Inganno è il suo vero nome e una pietra gialla ha messo al posto del suo cuore. Ci ha ucciso mille volte spezzando il nostro orgoglio con la forza del cannone e con l’inganno del serpente. La locusta è madre della sua razza.
Ma profetizzo: chi con la terra mercanteggia no, non andrà lontano. E a me, Cavallo Pazzo, capo dei Sioux non resta che una scelta: Hoka-hey, oggi è un buon giorno per morire!

Cavallo Pazzo morì poco prima della mezzanotte del 5 settembre 1877, ferito a morte con una baionetta, alla presumibile età di trentasette anni.” (wikipedia)